Recentemente sono stato coinvolto dall'International Land Conservation Network (ILCN) per la definizione del Country Profile dedicato all'Italia, agendo in qualità di autore primario per la raccolta e l'analisi dei dati nazionali.
Questo documento si inserisce in un’iniziativa globale volta a mappare e comprendere l’estensione, la diversità e le condizioni abilitanti per la conservazione volontaria del territorio da parte di soggetti privati e civici. In un Paese come l'Italia, dove il 73% della proprietà fondiaria è privata, il ruolo di proprietari terrieri, ONG e istituzioni civiche è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di biodiversità.
Il mio lavoro di analisi ha permesso di delineare un quadro aggiornato al giugno 2026, evidenziando alcuni punti chiave del nostro sistema:
- Lo stato dell’arte.
- Inquadramento normativo: sebbene non esista ancora un quadro dedicato esclusivamente alle aree protette private (PPA), strumenti come la Legge Quadro sulle Aree Protette (394/1991), il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e la recente normativa sulle proprietà collettive (Legge 168/2017) offrono basi legali per la tutela volontaria del territorio.
- Prospettive future: il profilo esplora anche le potenzialità delle OECM (Altre misure di conservazione efficaci basate su aree), richiamate dalla Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030, che potrebbero aprire nuovi scenari per il riconoscimento e il finanziamento della conservazione privata nel contesto degli obiettivi internazionali "30x30".
Collaborare alla stesura di questo profilo nazionale è stato un passaggio tecnico importante per inserire l'esperienza italiana nel dibattito internazionale sulla conservazione. L'obiettivo è quello di fornire una base conoscitiva solida per supportare lo sviluppo di politiche e strumenti finanziari (come i crediti di carbonio volontari o i pagamenti per i servizi ecosistemici) che possano rendere la tutela del territorio una scelta sempre più sostenibile e riconosciuta per i soggetti privati.
Punti di forza e debolezza della conservazione privata in Italia
L'analisi da me condotta per l'ILCN ha evidenziato un panorama italiano complesso, caratterizzato da radici storiche profonde ma anche da necessità di aggiornamento normativo.
I punti di forza
- Solidità della proprietà collettiva: l'Italia vanta un sistema unico di proprietà collettive (Università Agrarie, Regole, Partecipanze) protetto dalla Legge 168/2017. Queste terre sono inalienabili e indivisibili, rappresentando un modello di gestione comunitaria resiliente e intrinsecamente orientato alla tutela del paesaggio.
- Ruolo del Terzo Settore: organizzazioni come WWF, LIPU e il Fondo Forestale Italiano gestiscono attivamente migliaia di ettari, garantendo standard di monitoraggio e conservazione elevati, spesso integrandosi nel sistema ufficiale delle aree protette (EUAP).
- Funzione sociale della proprietà: la Costituzione Italiana (Art. 42) prevede che la proprietà privata debba assolvere a una "funzione sociale", permettendo allo Stato di imporre vincoli d'uso per finalità ambientali e di conservazione.
- Accesso a finanziamenti europei: l'integrazione con strumenti come il Programma LIFE e i pagamenti agro-climatico-ambientali della PAC offre un supporto economico fondamentale per la gestione attiva del territorio da parte dei privati.
I punti deboli e le sfide
- Assenza di una normativa dedicata: non esiste ancora un quadro legislativo nazionale specifico per le "Aree Protette Private" (PPA). Attualmente, queste devono ricadere sotto la categoria generica di "Altre aree protette", limitando il riconoscimento formale del loro ruolo specifico.
- Lacune nel sistema OECM: ad oggi, l'Italia non dispone di un quadro nazionale per l'identificazione e la rendicontazione delle "Altre misure di conservazione efficaci basate su aree" (OECM), sebbene la Strategia Nazionale per la Biodiversità ne riconosca l'importanza e sia stata presentata una proposta di legge in proposito dal WWF nel 2025.
- Frammentarietà dei dati: esiste una difficoltà oggettiva nel mappare con precisione l'estensione della conservazione privata, specialmente all'interno della Rete Natura 2000, dove la governance privata non è sempre sistematicamente monitorata a livello centrale.
- Ritardi nell'attuazione di strumenti economici: sebbene leggi come il "Collegato Ambientale" del 2015 prevedano pagamenti per i servizi ecosistemici (PES), la mancanza di decreti attuativi ne ha rallentato la piena operatività, limitando le entrate per i proprietari che conservano attivamente la biodiversità.
Questo quadro evidenzia come il lavoro tecnico di definizione del Country Profile non sia stato solo un esercizio di raccolta dati, ma un passo necessario per identificare le riforme prioritarie per valorizzare il contributo dei privati alla tutela del nostro capitale naturale.
